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Antichità giudaiche by Giuselle Flavio; L. Moraldi (ed.)

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Ma la fine della resistenza va ancora oltre con la caduta degli zeloti della fortezza di Masada (B. , VII, 304-406), caduta commentata da Eleazaro, capo di quei fanatici con le parole: «Fin da principio, quando decidemmo di batterci per la libertà, bisognava indovinare subito l’intenzione di Dio e capire che la stirpe dei Giudei, a Lui un tempo così cara, era stata ora condannata alla distruzione. Che se Egli ci fosse rimasto propizio… non sarebbe rimasto indifferente allo sterminio di tanti uomini» (VII, 327-328).

Inizialmente Giuseppe scrisse l’opera nella sua madrelingua, cioè in aramaico con l’intenzione di fare conoscere gli eventi degli anni 67 e seguenti «ai Parti, ai Babilonesi, agli Arabi e ai Giudei al di là dell’Eufrate e agli Adiabeni» (B. , I, 6). «Quando l’opera fu terminata la consegnai a Vespasiano, a Tito e ad Agrippa che avevano seguito la guerra e a molti che ad essa avevano partecipato; e da tutti ebbi l’assicurazione che gli eventi erano riferiti in modo corretto» (C. , I, 50-51). «Tito in persona ordinò poi che l’opera venisse tradotta in greco affinché potesse andare nelle mani di una cerchia più larga di lettori, il re Agrippa scrisse sessantadue lettere a testimonianza della veridicità della mia versione» (cfr.

Eravamo presi da un’inquietudine irrimediabile, giacché vedevamo da una parte il popolo pronto a combattere; e noi dall’altra che non sapevamo cosa fare, non essendo comunque in grado di far cessare l’attività dei sediziosi». Le classi superiori erano politicamente moderate. Alla fine i moderati si ritirano: Menahem uccide il sommo sacerdote Anania, e Giuseppe, temendo che i rivoltosi prendano d’assalto la fortezza Antonia (come già avevano fatto per Masada), ripara nel tempio. Dopo la sconfitta del procuratore Cestio Gallo i rivoltosi, avendo vinto una volta i Romani, pensavano di poterli vincere del tutto (Vita, 24; B.

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